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Per gentile concessione di Sebi Arena
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Panorami e dintorni di Piazza Armerina
Montagna di Marzo
(Sebi Arena)
La Montagna di Marzo si erge isolata a circa 700 m. nella vallata del fiume Olivo a nord-ovest di Piazza Armerina. Essa è circondata da una corona di alte colline: Cozzo Rametta, Monte Manganello, Monte Polino, Monte Ramursura e Balatella, tutti luoghi di interesse archeologico.
Le strutture che testimoniano la frequentazione del sito nella preistoria, vanno dall’Età del Bronzo fino ad Età del Ferro. Il sito, sorto come città ellenica sulle vestigia di un antico villaggio indigeno, attraversò tutte le culture successive fino al medioevo. È verosimile che il sito sia stato frequentato fino ad epoca normanna come borgo di prevalente popolazione musulmana. Montagna di Marzo infatti è citata in scritture notarili nel 1470 e viene ricordata come feudo.
La gente di Piazza Armerina, a memoria d'uomo, ha sempre favoleggiato sulle ricchezze di Montagna di Marzo che denomina volgarmente "a muntagna a cucca". In dialetto piazzese la cucca è la civetta, intendendo così ricordare che su quella montagna nidificano le civette e dove venivano rinvenute monete su cui è riprodotto un rapace che azzanna una serpe.
Le prime notizie archeologiche del sito sono di Paolo Orsi che nel 1930 scrive come "la Montagna di Marzo sia stata per lungo tempo, forse da secoli, terra di sfruttamento di cercatori di tesori e di antiquari. Si ha memoria di un enorme scempio condotto su larga scala negli anni '50 da scavatori clandestini nelle necropoli di sud-ovest e che attirarono finalmente l'attenzione degli studiosi, primo fra tutti Dinu Adamesteanu che nel 1953 scoprì la via d'accesso alla città sul lato est. Da quella porta d’oriente si diparte una strada fino all'acropoli e che, da recenti saggi è intersecata ortogonalmente da altre strade evidenziando la struttura urbanistica di tipo ippodameo della città. La prima campagna di scavi regolari fu condotta nel 1962 da Vinicio Gentili che recuperò statuine, testine, lucerne e maschere fittili, ecc. e successivamente uno scavo venne affidato a Vito Romano trai l 1965 e il 1966: in due campagne di scavo nelle necropoli furono trovate un centinaio di tombe del VI e V sec. a.C. e alcune con materiale bizantino. Vito Romano trovò pure la pianta di un piccolo edificio rettangolare di destinazione sacra.
Una importante campagna di scavi fu avviata nel 1966 da Luigi Bernabò Brea, allora Soprintendente alle Antichità della Sicilia Orientale. Fu Luigi Mussinano dell'Università di Trieste che, avvalendosi anche dell'ausilio di Vito Romano e Ignazio Nigrelli, riuscì a descrivere l'estensione della città effettuando scavi, dall'ottobre al dicembre 1966, nelle necropoli orientali e sul piano città. L. Mussinano trovò tracce del muro di cinta su tutti i lati del pianoro tranne che su quello dell’acropoli che si presenta naturalmente difeso.
L’archeologo mise in luce sull'acropoli un sacello di epoca ellenistica dove furono recuperati molti frammenti di statuette fittili e due grandi busti di divinità femminili, uno dei quali pressoché intatto. Il sacello (completamente messo in luce solo nel 2005), supera i 20 m. di lunghezza.
Il frutto più prezioso delle campagne di scavo di Mussinano, dal punto di vista storico e artistico è stato senza dubbio quello restituito dallo scavo della necropoli di nord-est. Sotto la cinta muraria sono state trovate diverse file di tombe a camera, quasi tutte crollate, databili dalla fine del VI sec. a.C. all’epoca ellenistica. È rimasta famosa la cosiddetta tomba n. 31: furono ritrovati due sarcofagi che contenevano i resti di due guerrieri. Uno dei due scheletri aveva l’anello al dito, la spada ai fianchi e lo strigile. Sopra i coperchi dei sarcofagi furono trovati i loro elmi e gli schinieri. La tomba restituiva ben 133 pezzi, tra cui molti vasi di bronzo. Furono trovate anche due oinochoai trilobate col corpo a forma di testa femminile. La cosa più interessante fu la scoperta di ben 11 vasi a vernice nera tutti con iscrizioni in alfabeto greco, ma graffite in una lingua non greca. La scoperta di questi e di altri graffiti a Montagna di Marzo ha portato nuova luce sulle ricerche degli studiosi aprendo un affascinante momento di conoscenza sulle popolazioni sicule.
Il sito, dopo uno scavo del 1986, quando fu scoperta un'area sacra a sud ovest della città, cadde nell'oblio e si doveva attendere la fine del millennio perché si aprisse un barlume di speranza per nuove conoscenze; infatti risultarono vani tutti i tentativi dal 1994 in poi per chiedere la costituzione di un parco archeologico e per l'esproprio di tutta l'area.
I primi nuovi passi furono fatti mediante due importanti scavi fatti da Lorenzo Guzzardi, già responsabile della sezione archeologica della Soprintendenza di Enna. Il primo scavo del 1998 è stato effettuato a ridosso del muro di cinta orientale e al centro del piano città dove emergeva un muro perimetrale di edifici. Qui sono stati messi in luce alcuni settori della città con l'individuazione di resti di edifici di età ellenistica, romano-repubblicana e tardo romana confermando l'ipotesi della notevole estensione dell'abitato tra i più grossi ed importanti dell'isola di quel periodo. Un altro scavo nella necropoli orientale ha individuato un settore di latomie per l'estrazione di conci utilizzati negli edifici di età greca ed anche di portelli di chiusura delle tombe a camera. Tra i reperti più importanti rinvenuti è una grossa porzione di statua femminile panneggiata in calcare. Un ulteriore e prezioso contributo alla conoscenza dell'antico sito è stato offerto dallo scavo effettuato da L. Guzzardi nell'estate del 1999 che ha portato alla scoperta di un odeon di età ellenistica.
L'impianto urbanistico della città segue uno schema di tipo ippodameo con una divisione ortogonale di due strade principali che suddividevano l'abitato in fasce parallele. La datazione della città nella sua impostazione definitiva si può porre alla fine del IV sec. a.C., in età timoleontea, ma la sua esistenza si protrae fino all'epoca romana repubblicana.
Si è discusso a lungo del nome della città e si è affacciato da alcuni anni, ad identificare la città di Montagna di Marzo, il nome di Erbesso, la città ricordata da Diodoro e da Polibio. L’ipotesi si basa anche sul presunto ritrovamento nel sito di un incerto numero di monete di quella città. Tale notizia non risulta sia stata verificata poiché si basa sulla vox populi della comparsa sul mercato clandestino di monete di Erbesso provenienti da Montagna di Marzo. Tuttavia il problema della identificazione non dovrebbe essere lontano dalla sua soluzione, per quanto la necessaria verifica dei ritrovamenti numismatici non potrà non essere suffragata da altri e più certi riscontri.
Monte Navone
(Sebi Arena)
Brano di autore ignoto del XV sec.
“Intorno a' montuosi territorij di Platia, urbe di antica et nobile origine ne lo core de la Trinacria insula locata, stendeansi per quaranta milia feudi et poderi et borghi alcuni de’ quali havean obligatione di servitio di militia. A non oltre quindeci milia discosto da la opulentissima urbe supradicta, at austro locato, sorgeasi, in tempo rimoto, lo Regno ch'havea capo su la chioma di un fortificato colle nomato Naunis o Nagone si’ come confermano le scripture di molti antiqui historici et le anticaglie, rovine et reliquie parimente hoggidi’ puovonsi mirare formate da muri di fabriche, di habitationi et di vasellami di terre cotte. Accadendo di haver uopo di referire tante nove verita’ sovra accadimenti di antica rimembrantia, non lasciero’ di mentionare lo conto veridico de le fere o traffichi de le mercadantie che si svolgean, con gran concorso di gente, su di quel monte che si dice Nagone, impercioche’, anco gl'infanti che poscia vorranno, vengon per lo presente scripto a cognoscere li convincimenti et la ratione di oboedire a' vecchi et saggi homini intorno a li acadimenti di misterio et incantamenta.
Havendo in animo di favellare de lo Monte Nagone, gran Regno, secondo e’ fama, pregno di arcano misterio, non parmi dovere d'altro fidare che de le mentioni di auctori historici et poeti prima vissuti quali cognoscean tante rationi et conghipture et racconti ne la significatione de le cose tramandate”.
Il Monte Navone dista da Piazza Armerina, del cui territorio fa parte, cinque chilometri in direzione sud-ovest ed è una solitaria collina di 754 metri di altezza dominante la vallata del fiume Braemi, affluente del Salso che fluisce fino a Licata nel mare Mediterraneo. La montagna ha la forma di piramide tronca e occupa centralmente le contrade Naonello, Braemi, Cucchiara, Rossignolo e Scalisa. È ben visibile, per la breve distanza, oltre che da Piazza, anche da Barrafranca e da Mazzarino. I terreni affioranti di questa collina fanno parte della catena dei Monti Erei meridionali che sono di origine sedimentaria e sono costituiti da depositi sabbiosi, con stratificazioni arenacee, conchiglifere e limose ascrivibili al Pleistocene. Va ricordato che il luogo è meta di studiosi geologi di fama internazionale che hanno pubblicato diverse ricerche paleontologiche e malacologiche.
A memoria d’uomo, sia a Piazza Armerina che a Mazzarino e Barrafranca, si sono tramandate una serie di leggende che hanno reso il luogo leggendario e misterioso. Infatti circolano da sempre favole e leggende intorno al cosiddetto “tesoro incantato dei sette regnanti” nascosto nei sotterranei del monte la cui scoperta e acquisizione avverrebbero a determinate condizioni e a prezzo di prove ardimentose.
Ma, al di là delle favole, si sa, da uno scritto di Fra’ Dionigi da Pietraperzia (1776), che il feudo di Monte Navone, all’inizio del primo millennio, faceva parte del territorio di Pietraperzia poiché il re Federico II lo donò al feudatario Abbo Barrì il Giovane. Durante la “Guerra dei Vespri” il discendente feudatario Giovanni Barresio, signore di Pietraperzia e di Monte Naone, si schierò dalla parte di Giacomo d’Aragona ed accolse con favore le truppe aragonesi sbarcate ad Augusta. Questo fatto rappresentò un’autentica fellonia per la casa regnante e perciò Federico III re di Sicilia, nell’anno 1299, lo spogliò dei beni e, persistendo pervicacemente nella ribellione, distrusse totalmente il borgo e lo concesse alla universitas di Piazza.
Le notizie archeologiche di Monte Navone sono scarne poiché gli scavi regolari sono stati pochi. Sul monte sono reperibili tracce sicure di frequentazione del sito fin dall’età neolitica essendosi osservati piccoli frammenti lavorati e schegge di ossidiana e di selce nonché frammenti basaltici di strumenti litici.
Nel 1930 vi giunse il grande Paolo Orsi ed egli, presentando un tesoretto di bronzi greci, sicelioti e romani provenienti da Piazza Armerina, scrisse che il Monte Navone è uno degli enigmi archeologici dell’agro piazzese.
Nel 1950 vi fece un sopralluogo l’altro grande archeologo Vinicio Gentili il quale trovò alcune fortificazioni ad aggere oltre che frammenti di terracotta, bronzi e monete riferibili ad un lungo periodo che va dal VI se. a.C. al basso medioevo. Nel 1955 V. Gentili riferì di una esplorazione sul monte con la scoperta di 4 tombe a camera già saccheggiate e di una, ancora intatta, che restituì reperti databili dal VI al V sec. a.C.
Nel 1960 l’archeologo rumeno Dinu Adamesteanu fece eseguire una ricognizione aerea e così poté descrivere due sedi distinte di abitato. Egli notò e descrisse che la punta occidentale si presenta quasi completamente distaccata dal grosso dell’abitato che è situato nel lato orientale, ma immaginò, alla luce delle presenze murarie, che l’acropoli doveva trovarsi nella collinetta attigua a occidente. In effetti l’abitato del suo lato meridionale presenta un muro ad aggere di fortificazione tuttora ben visibile. Nelle terrazze al di sotto del muro meridionale si trovano le necropoli che si estendono da oriente ad occidente ed in parte a settentrione.
Dal 1967 fino al 1970 Fausto Gnesotto, archeologo dell’Università di Trieste, fece alcuni saggi negli abitati greci e successivamente, dal 1971 al 1975, scavò nelle necropoli greche e nell’abitato medievale.
Si ha notizia che nell’ultimo decennio del secolo scorso siano comparse sul mercato illegale alcune monete provenienti da Monte Navone con legenda STIA e STI raffiguranti nel retro un protomo di toro con faccia umana barbuta e sul verso la figura di un efebo circondata da foglie di lauro. Lo stile delle monete ha come modello quelle di Gela ed è verosimile che il toro raffigurato sia la personificazione del fiume Braemi che scorre nella vallata sottostante.
Circa il nome della città antica, le opinioni sono discordi. Diodoro Siculo nel 461 a.C. scrisse che Ducezio, capo della lega Sicula, fu sconfitto a Nomai e, se questo luogo è Naone, la battaglia finale venne combattuta nella conca del Brami.
Antonio il Verso, storico e madrigalista piazzese (citato da G. P. Chiarandà nel 1654) riferiva che la città di Naone, così nominata dai Greci (naon = tempio), fosse stata edificata dai Greci di Naone di Beotia. Il Chiarandà citava pure le opinioni di Filippo Cluverio (Naunis)e di Tomaso Fazello che congetturavano trattarsi della città di Nonima.
La comparsa delle monete di Ibla Stiela e altre considerazioni di analisi e rivisitazione dei testi antichi ha riportato in auge l’antica questione della città di Ibla Minore (una delle tre Ible di Sicilia) che lo storico Litterio Villari indicò proprio sul Monte Naone non senza argomentazioni di valida suggestione. Lo studioso, recentemente scomparso, propose che la cittadina di Naone fosse stata distrutta dai Romani durante le guerre servili e fosse stata ricostruita nella vallata del fiume Gela, nel sito della Villa romana del Casale i cui recenti scavi stanno dimostrando ogni giorno di più che la ‘Iblatsah araba era proprio quella Platia distrutta da Guglielmo I nel 1161 e poi ricostruita alcuni anni dopo sul Colle Mira. Attualmente il sito è oggetto di interesse dell’équipe del Prof. Pensabene che indaga i borghi e i casali medievali del territorio di Piazza Armerina.
In questo, come in altri casi, il connubio tra storici e archeologi risulta indispensabile.
Monte Manganello
(Sebi Arena)
In contrada Rabottano a sud ovest di Piazza Armerina s’innalza fino a 851 metri s.l.m. il Monte Manganello, un’alta collina dei monti Erei che sovrasta il Vallone Cannella e, degradando ripidamente fino a una sella di 670 metri, si continua come sua propaggine verso un’altura contigua di m. 712 chiamata Cozzo Comune. È appena il caso di riferire che dalla cima di Monte Manganello e da quella di Cozzo Comune si godono splendidi panorami sulla grande vallata del torrente Olivo con il suo invaso artificiale: sono visibili a settentrione la Contrada Vallegrande, quella di Ballatella, Critti e Rabottano e i monti Polino, Ramursura e Montagna di Marzo, nonché diverse città come Enna, Caltanissetta, Pietraperzia e Barrafranca. Verso sud sono visibili Monte Navone e Monte Formaggio.
Dal punto di vista archeologico si è avuta menzione di Monte Manganello la prima volta nel 1962 con la breve descrizione che ne fece il grande archeologo rumeno Dinu Adamesteanu: la montagna scende lentamente a meridione, avendo i rimanenti tre lati ben difesi dai profondi tagli naturali. La via d’accesso si trova sul lato meridionale e, oltrepassata la linea di difesa, s’inoltra sull’asse nord-sud. Si possono osservare i resti di un muro ad aggere come fortificazione tipica dei centri indigeni che presentavano un’unico ingresso sul lato meridionale.
Non è stata mai effettuata un’indagine di scavo sistematica sul piano città, ma solo alcune osservazioni di superficie da parte di un’associazione archeologica locale che ha scoperto resti di necropoli preistoriche lungo le pendici dei due monti e di villaggi capannicoli. È necessario osservare che le difficoltà di ricerca sulla cima del monte sono dovute alla forte erosione meteorica e alla creazione da parte del demanio forestale, negli anni scorsi, di una estesa barriera tagliafuoco che, di fatto, ha distrutto un notevole strato di suolo eliminando così la parte più interessante della sua archeologia. Tuttavia sulla cima è rintracciabile qualche sporadico frammento di ceramica d’importazione a vernice nera e qualche altro a vernice rossa di tipo aretino che testimoniano l’antica presenza di un insediamento ellenizzato che ha continuato la sua esistenza in epoca romana.
Nella sella di sud-ovest, zona di congiunzione tra il Monte Manganello e il Cozzo Comune, erano state evidenziate, già nel 1998 da parte del Gruppo Archeologico “L. Villari”, notevoli e sparse tracce preistoriche, tanto da fornire la certezza dell’antropizzazione del sito a partire dalla tarda Età del Rame e del Bronzo antico. Infatti all’occhio attento degli osservatori si presentarono, già in superficie, frammenti vascolari dello stile di Castelluccio e di Malpasso, nonché schegge lavorate di selce, di ossidiana, di quarzarenite e di basalto. Esplorando i versanti rocciosi dei due acrocori, vennero osservati diversi ripari in grotta e i resti inequivocabili di tombe a grotticella artificiale già violate e dirute, mentre, sparsi lungo la zona della sella, affioravano frammenti usti di intonaco di capanna.
Dopo la scoperta e la segnalazione dei volontari, venne effettuata, nell’estate del 2000, una campagna regolare di scavo dalla Soprintendenza di Enna che confermò la presenza di diversi insediamenti capannicoli e nel contempo venne recuperata una serie molto interessante di manufatti sia litici (macine, macinelli, lame e asce) che fittili (ollette e altro vasellame) tra cui un bacile di terracotta il cui interno era decorato con tre falli di significato apotropaico, collegabile verosimilmente a pratiche scaramantiche o propiziatorie.
Cozzo Rametta
La collina di Rametta è ubicata a nord-ovest del centro urbano di Piazza Armerina, in contrada Vallegrande. Dall’alto dei suoi 837 m. sono visibili a sud-ovest il Monte Manganello e la contrada Rabottano, la contrada Critti con il Monte Polino; a ovest è la Montagna di Marzo, a nord-ovest Monte Ramursura e le contrade Serra d’Api e Balatella. I terreni affioranti sono di origine sedimentaria e ripetono le stesse strutture geologiche delle altre colline viciniori: depositi sabbiosi intercalati da limi ascrivibili al Pliocene superiore.
I lati est ed ovest della montagna sono naturalmente difesi da pendii molto scoscesi, ma il lato meridionale degrada dolcemente fino alla strada provinciale (m. 670) che ne costituisce il suo accesso.
Da Piazza Armerina si giunge nel sito attraverso la strada che porta al convento francescano di S. Maria di Gesù (“cimitero vecchio”) in Contrada Rambaldo proseguendo in salita verso Candilia. È necessario discendere lungo i tornanti della valletta del fiume di Giozzo e poi risalire fino a un rettilineo. Alla fine di questo, sulla destra della provinciale, vi è l’accesso al colle in terra battuta.
Il monte è rimboschito nelle sue pendici di sud-est e di sud-ovest con pini d’Aleppo ed eucalipti fin quasi sulla cima che, invece, si presenta brulla insieme alla sue ripide scarpate di levante e di ponente.
Nessuna notizia si conosceva circa possibili insediamenti antichi sul monte Rametta ad eccezione di un riferimento nel 1989 di I. Nigrelli, il quale lamentava la scarsità di scavi sugli insediamenti preistorici degli Erei meridionali. Alcune osservazioni di superficie erano state effettuate dal Gruppo Archeologico di Piazza Armerina alcuni anni addietro sulla cima dove erano stati notati alcuni frammenti di tegole e di ceramica.
Dopo aver concluso nel 1998 uno studio di superficie sui siti di Monte Manganello e di Cozzo Comune il Gruppo Archeologico di Piazza cominciò ad occuparsi delle colline adiacenti effettuando uno studio basale sulla distribuzione delle popolazioni indigene preistoriche dell’entroterra siciliana che, in effetti, è stata poco o affatto studiata. Cozzo Rametta sembrava adatto all’osservazione per una sorta di somiglianza e di contiguità con il gruppo collinare di Manganello-Comune e rappresentando con esso uno spartiacque tra il bacino del fiume Salso e quello del fiume Gela.
Le prime osservazioni furono effettuate nella primavera del 1999 nel pendio meridionale. L’azione erosiva degli elementi sul suolo sabbioso, specialmente dove esso è privo di vegetazione, permise l’affioramento di diversi frammenti di selce e quarzarenite di vario colore e di ceramica sia acroma che dipinta. Il materiale osservato in alcune escursioni (frammenti di intonaco d’argilla, di fuseruole, di ossa e denti di animali, di percussori, di macinelli, ecc.), farebbero pensare ad insediamenti della fine dell’età neolitica.
Il sito preistorico non pare sia esteso alla cima del monte dove invece è facile indovinare un piccolo borgo epoca medievale suggerito anche dal nome stesso: infatti il prefisso Ra (dall’arabo rahal = casale) è comune a tanti borghi e casali arabi del territorio piazzese (Rabugino, Rasalgone, Ramursura, Raubiato, Rabottano) nonché di paesi che hanno subito il dominio arabo (Racalmuto, Raffadali, Rametta di Messina, Ragalna, ecc.
Sulla cima sono facili da osservare le tracce di un muro antico e di una violata necropoli di età araba.
(Sebi Arena)
La tradizione ospedaliera a Piazza Armerina
La tradizione ospitaliera e sanitaria a Piazza è antichissima. Si hanno numerose notizie e testimonianze della presenza, fin dal XIII sec., di un ospedale retto dai frati-cavalieri dell’Ordine ospedaliero di S. Giacomo d’Altopascio. Tale ospedale nel 1390 fu occupato dalle truppe di re Martino che ne fecero il quartier generale e lo mandarono in crisi.
Nel 1420 fu trovata la soluzione con la fondazione dell’Ospedale di S. Calogero e di S. Maria degli Angeli nel quartiere Monte retto dai confrati della Confraternita omonima e col personale medico e infermieristico dell’Ordine di S. Giacomo. In quel tempo la città di Piazza dava sede a un Viceprotomedico e ad un Magnifico Collegio dei Magnifici dottori fisici i quali, insieme, abilitavano alla professione medica i giovani laureati.
Nel 1444 l’Ospedale venne trasferito in un grande edificio nuovo presso la
Porta della Scattiola (attuale Via Mazzini vicino alla chiesa di S. Giuseppe).
Nel 1487 Guglielmo Capponi, della famosa e ricchissima famiglia omonima di Firenze, riordinò le case-ospedali di Sicilia e pose quella piazzese alle dipendenze del priorato di Naro. L’ospedale ebbe molte rendite e proprietà patrimoniali.
Nel 1600 avvenne un nuovo trasferimento dell’ospedale nel complesso edilizio annesso alla chiesa di S. Calogero e prese il nome di “Ospedale di S. Calogero e di S. Spirito” in omaggio all’Ordine ospedaliero subentrato a quello antichissimo di S. Giacomo d’Altopascio.
Nel 1648, dopo una grave crisi amministrativa, l’ospedale fu ceduto all’Ordine dei Fatebenefratelli che lo ristrutturarono e lo ingrandirono. Nel 1680 l’ospedale venne ridenominato (in onore del fondatore dell’Ordine) “Ospedale di S. Giovanni di Dio. Durante il 1684 l’ospedale ricoverò e curò ben 300 ammalati e la gestione fu buona fino al 1730 allorché si registrarono i primi venti di crisi.
L’Ospedale “Michele Chiello” di Piazza Armerina
Nel 1771 il chierico Michele Chiello da Piazza, grande benefattore, venne incontro alle esigenze sanitarie della città fondando un nuovo ospedale che, pur avendo sede nello stesso stabile dei Fatebenefratelli, aveva una distinta amministrazione ed era governato dal principe Starrabba di Giardinelli. I due ospedali - “S. Giovanni di Dio” e “Chiello” - operarono allora come istituzioni complementari alla Facoltà di Medicina che era sorta come Accademia degli Studi di Piazza (dopo la chiusura della Università degli Studi nel 1767 con l’allontanamento dei Gesuiti dal Regno di Sicilia).
Nei primi anni del XIX sec. (dopo il trasferimento a Palermo dei Principi Starrabba), l’ospedale “M. Chiello” passò sotto il controllo dei Rettori e dei Deputati della Suprema Deputazione degli Ospedali. Il Senato della città di Piazza tentò di unificare i due ospedali, ma ciò non fu possibile a causa delle rigorose clausole testamentarie del “Chiello”.
Nella metà dell’ ‘800 al “Chiello” ebbero inizio vari disservizi che furono in parte risolti quando nel 1853 il Barone Vespasiano Trigona, morendo, nominò erede universale dei suoi beni (il grosso latifondo della Ciappa, il palazzo baronale al piano Castello, etc.) l’ospedale “Chiello”.
Dopo la caduta della monarchia borbonica si ebbe il risanamento dell’ospedale mediante cospicue donazioni (del Canonico Pasquale Maltisotto, Sig.ra Adelaide La Vaccara, Cav. Gaetano Trigona di Mandrascate), per cui fu acquisito l’attiguo convento di S. Francesco che divenne la nuova sede (l’attuale) dei due ospedali cittadini riuniti col nome “Ospedale Michele Chiello e Vespasiano Trigona”.
Alla fine del XIX sec. l’ospedale fu arricchito di un nuovo padiglione - il Tubercolosaio - con due dispensari: l’Antitubercolare e l’Oftalmico. Benefattore fu la bella figura dell’Avv. Gaetano Di Pietra al quale il reparto fu dedicato. Seguirono le donazioni del Cav. Domenico Paternicò, Sig.ra Marianna Platamone, Sig.ra Marianna Carrù, Sig. Ignazio Vincifori, Sig. Giuseppina Franzone.
In questo secolo l’attività dell’ospedale è proseguita con dignità e prestigio al passo con l’evoluzione delle conoscenze mediche e con le tecniche chirurgiche. Negli anni ‘50 fu recuperata l’area dell’antico “Ospedale S. Giovanni di Dio”, costruendovi sopra il nuovo ingresso e i reparti di Chirurgia e ortopedia.
Negli anni ‘60 l’ospedale (il popolo amava distinguere l’ospedale nuovo dal vecchio dopo questo ampliamento) era detto circoscrizionale ed era retto da un consiglio di amministrazione, il cui presidente era il vicario vescovile Mons. Alessi, e che rifletteva la coloritura politica della città.
L’ospedale “Michele Chiello”, nonostante i riadattamenti effettuati nel tempo per renderlo funzionale e idoneo alle necessità di nosocomio, ha assolto alla sua funzione fin quasi alla fine degli anni ‘70, epoca in cui venne dichiarato inadatto ad una ottimale utilizzazione. Infatti in quell’epoca al Presidio giungeva pressantemente una domanda di nuove e più moderne prestazioni che si traducevano nella necessità di istituire un Centro Trasfusionale e un Servizio di Emodialisi, di potenziare il Laboratorio di Analisi cliniche, e aumentare la presenza di professionalità sanitarie. In tal modo il Presidio diveniva sede di Scuola Infermieristica, veniva istituito il Servizio di Cardiologia, quello di O.R.L. e quello di Urologia, veniva creato un Centro di Riabilitazione motoria e un Centro di Neonatologia. Queste nuove istituzioni andavano ad aggiungersi, a volte integrandole, alle tradizionali Divisioni di Chirurgia Generale, Medicina Generale e Terapia, Ortopedia e Traumatologia, Pediatria, Ostetricia e Ginecologia, Servizio di Pronto Soccorso, Anestesia e Rianimazione.
Gli spazi venivano utilizzati in maniera totale sacrificando ora la biblioteca, ora la stanza del medico di guardia, ora i corridoi dell’antico ingresso, ma venivano creati pure degli ammezzati o venivano chiuse tutte le terrazze sopra il chiostro e venivano utilizzati perfino i sottoscala. In tal modo, poiché era impossibile una crescita strutturale, trattandosi di un monumento storico vincolato, per non rischiare il collasso, fu ideato un mega-progetto di costruzione di un nuovo ospedale, appena fuori città e in località amena tra il verde dei boschi di contrada Bellia, progetto che è giunto, dopo alterne vicende, durate oltre 20 anni, alla fase conclusiva.
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