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Fra’ PERRONE di AIDONE
(Aidone, 1240 - Augusta, 1287)
Un episodio di lotta fra Angioini e Aragonesi in Sicilia nel XIII sec.
a cura di Umberto DIGRAZIA
Responsabile dell’Archivio storico comunale di AIDONE
Via Domenico Minolfi – tel. 0935-600532
(Rielaborazione elettronica a cura di Antonio Guerrera)
La storia della Sicilia è piuttosto complessa, poiché diversi popoli si sono avvicendati al potere, e la narrazione di alcuni fatti, all’apparenza minori rispetto a quelli più importanti, mi ha dato la possibilità di far emergere dall’oblio un personaggio come Frà PERRONE di AIDONE. (1)
Questo combattivo frate fu un protagonista nella guerra combattuta nell’Isola fra il partito degli Angioini e la Casata degli Aragona alla fine del XIII sec. d.C.. (2)
Per comprendere le ragioni politiche di Frà Perrone occorre necessariamente andare un pò indietro per focalizzare le vicende della nostra AIDONE, all’epoca della rivolta dei Comuni contro la corona sveva. (3)
Attraverso le fonti storiche sappiamo che un congiunto del Re Manfredi, il Conte Federico Lancia, dopo l’insuccesso di Pietro Ruffo (Rosso?), riuscì a riconquistare prima la Calabria e poi sbarcò in Sicilia con un esercito per riconquistare alla Casa sveva tutti i vari Comuni che si erano dichiarati liberi e autonomi. (4)
Dopo aver sconfitto Ruggero Fimetta a Lentini, il Conte Lancia con il suo esercito si portò in Aidone e riuscì facilmente a conquistarla nonostante la resistenza della popolazione che non voleva rinunciare alla propria libertà, sotto l’egida della Chiesa di Roma all’epoca guidata Papa Urbano IV, fiero avversario del partito ghibellino.(5)
Anche le vicine città di Piazza e Castrogiovanni (Enna) furono ridotte all’obbedienza di Manfredi (figlio naturale), autonominatosi erede dell’Imperatore Federico II, e ciò avvenne negli anni 1256-1258. (6)
Molto probabilmente Frà Perrone da giovane venne influenzato da quel clima repubblicano che si respirava in Aidone, un Comune libero, composto prevalentemente da una popolazione di origine lombarda, insediatasi sin dal 1076, che assommava circa a 1.200 abitanti. (7)
Nel nucleo abitato (dall’attuale Piazza Municipio sino al Castello arabo-normanno) c’era anche un piccolo Monastero dei PP. Domenicani (l’attuale Chiesa di S. Domenico), nel quale si conservava una preziosa reliquia come la Spina Santa di GESU’ CRISTO portata forse dal Conte Bonifacio del Vasto quando occupò AIDONE (Rocco PIRRI SICILIA SACRA). (8)
I seguaci di S. Domenico di Guzman costituivano un ordine religioso in Sicilia che godeva di ottime entrate e che permetteva attraverso gli ottimi studi di far carriera in seno alla Chiesa di Roma.
Con la discesa di Re Carlo d’Angiò in Italia, Papa Clemente IV nel 1265 pensò di defenestrare lo svevo Re Manfredi (capo dei ghibellini), e la Sicilia come feudo della Chiesa di Roma venne assegnata all’Angiò (fratello del Re di Francia Luigi IX) che aveva allestito un esercito per una nuova crociata in Oriente. (9)
Preso da una bramosia di potere e di possesso, feroce e sanguinario all’inverosimile, Carlo d’Angiò divenne il paladino della Chiesa di Roma, che lo sosteneva sia con la moneta che con i mezzi.
Dopo avere sconfitto il rivale Manfredi l’anno 1266, nella battaglia di Benevento, successivamente si sbarazzò dell’erede della casata sveva, il giovane Corradino, facendolo decapitare a Napoli nel 1268 insieme a tanti altri nobili ghibellini. (10)
La Sicilia divenne la preda degli Angioini e come una mucca da latte venne spremuta da Carlo d’Angiò, che non ebbe nessun riguardo per la nobiltà siciliana che si era sottomessa a lui, né tantomeno per il popolo.
L’isola doveva fornire al nuovo Re i mezzi e il denaro per pagare le sue milizie e per i debiti contratti; venne operata una specie di rapina sia sui 42 Castelli e città della Corona che nei Castelli e nelle città assegnate sin dal tempo del Granconte Ruggero I ai vari feudatari. (11)
I francesi, con il loro modo di fare da prepotenti e vanitosi, causarono non pochi malumori alla popolazione siciliana; insomma c’era già un potente risentimento nei loro confronti.
Attraverso i documenti dell’epoca sappiamo che Re Carlo d’Angiò emise delle disposizioni fiscali piuttosto pesanti nei confronti dei vari Comuni e Castelli dell’Isola, per cui si alienò ben presto i favori della nobiltà siciliana. (12)
Ecco dunque spiegate le vere ragioni che provocarono di fatto la ribellione alla Casa d’Angiò nel 1282.
Tale ribellione passata alla storia come i Vespri Siciliani (31 marzo 1282, martedì di Pasqua, presso la Chiesa di S. Spirito a Palermo) fu determinata da varie motivazioni ma senza dubbio fu voluta da tutto il popolo siciliano e la città di Messina divenne il faro della libertà.
Il primo motivo fu dunque l’eccessivo potere assoluto degli Angioini e il fiscalismo oppressivo nei confronti della popolazione siciliana, oltre le scorrerie che i soldati francesi operavano nelle campagne. (13)
La ribellione fu spontanea e come una macchia d’olio da Palermo si propagò in tutta quanta la Sicilia; in breve si realizzò una Communitas Siciliae alla stessa maniera in cui pochi anni prima si era costituita quella dei Comuni
contro Re Manfredi. (14)
La resistenza di Messina contro l’esercito angioino fu l’episodio determinante; la popolazione guidata dal capitano Alaimo da Lentini divenne un esempio per tutte le altre città siciliane, che si sbarazzarono dei francesi uccidendoli senza pietà. (15)
L’anno 1282 segnò per la Sicilia un capitolo di storia patria che si sviluppò con la sequenza temporale di un film; infatti prima, in aprile, ci fu la ribellione dei balestrieri messinesi contro Carlo I, che scrisse al Re di Francia Filippo III (l’ardito) per il sostegno militare e poi nel mese di giugno l’allestimento di un potente esercito formato da 24.000 cavalieri, 90.000 soldati e ben 170 navi presso Catona, in Calabria, per attaccare direttamente Messina.
Sappiamo che la resistenza dei messinesi durò strenuamente ben tre mesi, sino al 30 agosto quando l’esercito aragonese sbarcò a Trapani.
La seconda motivazione fu la determinazione presa dal Parlamento siciliano, riunito nella Chiesa di S. Maria
dell’Ammiraglio di Palermo il 15 agosto 1282 alla presenza di due ambasciatori del Re Pietro III d’Aragona che aveva sposato Costanza, la figlia del defunto Re Manfredi.
Molti siciliani volevano che la regina Costanza, erede dell’antica casa normanna, riottenesse il Regno di Sicilia; questa politica venne avviata da Giovanni da Procida, Alaimo da Lentini ed altri. (16)
D’altronde altri tentativi erano stati fatti in altre direzioni, come quello dell’ambasciata di Messina inviata all’Imperatore bizantino Michele IX Paleologo per chiedere aiuti, che non ebbe esito positivo.
C’era anche la volontà di mettersi sotto la protezione della Chiesa di Roma come era stato fatto in passato e presso il Papa Martino IV venne inviato un ambasciatore, ma ottenne una risposta negativa perché il Papa era dalla parte di Re Carlo d’Angiò, nominato Difensor Ecclesia.
Alla fine sappiamo che il Re Pietro III d’Aragona venne acclamato a Palermo il 7 settembre 1282 e il 2 ottobre entrò a Messina, la città eroica che aveva reso vano lo sforzo dell’esercito seppur numeroso del rivale Carlo I d’Angiò; in tal modo la Sicilia divenne un Regno sotto la Casa d’Aragona in nome e per conto dell’erede legittima la Regina Costanza, figlia di re Manfredi. (17)
La reazione di Papa Martino IV dopo la conquista della Sicilia di Re Pietro III d’Aragona fu quella di interdirlo anche per il suo Regno d’Aragona, nominando Carlo di Valois (figlio del Re Filippo III di Francia).
Il Papa finanziò Carlo d’Angiò con una consistente somma per approntare un esercito al fine di fargli riprendere il possesso dell’Isola che era considerata un feudo della Chiesa di Roma in base all’investitura data ai primi Monarchi normanni. (18)
Il potere del Re Pietro III in Sicilia si poggiava soprattutto sull’aiuto militare di fedelissimi come Alaimo di Lentini (con la moglie Macalda Scaletta), il Conte Ventimiglia, l’ammiraglio Ruggero Lauria, Gualterio e Pietro da Caltagirone e il popolo siciliano che orgogliosamente desiderava essere libero dal dominio francese. (19)
Le sorti della Sicilia furono legate anche alla fortuna, se per fortuna s’intende quella di non sottovalutare mai il proprio nemico, come è stato per grandi personaggi storici descritti dal grande Plutarco.
Re Carlo I d’Angiò, che aveva una flotta navale in Provenza, diede l’ordine al figlio Carlo II (lo zoppo) di attenderlo a Napoli per costituire una grossa armata navale per invadere la Sicilia, ma l’incursione improvvisa a Napoli della flotta siculo-aragonese, comandata dall’abile Ammiraglio Ruggero Lauria, provocò l’intempestiva mossa azzardata di Carlo II d’Angiò, che venne sconfitto e preso prigioniero. (20)
La situazione politica in Sicilia dell’anno 1285 era complicata: Re Carlo I d’Angiò prima di morire aveva lasciato i suoi titoli e il Regno al figlio Carlo II (prigioniero in Aragona) e aveva nominato tutore suo nipote, il Conte Roberto II d’Artois.
Il nuovo Papa Onorio IV (al secolo card. Giacomo Savelli) gli aveva affiancato come legato pontificio il cardinale
Gherardo da Cremona, che conosceva bene le vicende siciliane per avere avviato, prima dello sbarco aragonese nel mese di agosto, un accordo con Alaimo da Lentini per riottenere l’Isola. (21)
Re Pietro d’Aragona e di Sicilia che aveva lasciato il figlio Giacomo I come reggente dell’Isola aveva convocato in Catalogna il Giustiziere Alaimo da Lentini con i suoi nipoti Adenolfo di Mineo e Giovanni da Mazzarino, per un loro presunto tradimento nei suoi confronti. (22)
Sappiamo che Giacomo I non ebbe tanti scrupoli per la condanna a morte di questi patrioti siciliani che avevano aiutato la casa d’Aragona, per cui ci fu un risentimento del popolo siciliano per l’ingiusta morte del coraggioso
Alaimo e dei suoi nipoti. (22 bis)
Il Papa Onorio IV raccogliendo l’eredità del suo predecessore Martino IV cercò di rimediare ai mali degli Angioni nei confronti dei siciliani con una sua bolla “Constitutio super ordinazione regni SICILIAE del 17 sett 1285“. (23)
C’è da rilevare che lo stesso Papa Onorio IV si mostrò abbastanza duro contro i figli di Re Pietro III d’Aragona scomunicandoli e rifiutò le suppliche inviate da re Giacomo tramite i suoi Ambasciatori Gilberto di Castellet e il messinese Bartolomeo di Neocastro, il testimone oculare storico di quelle vicende. (23 bis)
Ed ecco che entra in punta di piedi nella storia della nostra Sicilia la vicenda di Frà Perrone d’Aidone. Onorio IV promulgò alle sue buone leggi per la Sicilia improntate sulla giustizia, pace e sulla difesa del popolo contro i governanti, per questo motivo inviò nell’Isola due domenicani, Frà Perrone di Aidone e Frà Antonio del Monte Gargano (pugliese), con le sue lettere firmate per cercare di rovesciare le sorti. (24)
Frà Perrone e il suo compagno arrivarono a Randazzo e si recarono presso l’Abate Guglielmo di Maniace mostrandogli le lettere del Papa e la Bolla, gli comunicarono che il Santo Padre dava indulgenze a chiunque si ribellasse contro l’illegittimo sovrano aragonese e la sua corte straniera e giurava fedeltà alla Chiesa di Roma. (25)
L’abate Guglielmo di Maniace I cercò di organizzare un nucleo di ribelli con i suoi nipoti Niccolò e Francesco di Messina, un certo Bonamico Bardi, Giovanni Calamida da Troina e tanti altri di Randazzo. Intanto Frà Perrone e Antonio del Monte si portarono a Messina per nascondersi presso il Monastero di S. Maria delle Scale (quello delle suore) e cercarono di organizzarsi con altri ribelli siciliani. (26)
Certamente le spie a quel tempo non mancavano di certo; d’altronde quel periodo è stato considerato dagli storici piuttosto nebuloso ed oscuro; solamente i documenti ci possono aiutare a sbrogliare questa intricata matassa. (26 bis)
Matteo da Termini, uno dei suoi Ministri, venne incaricato dal Re Giacomo I, questi con la collaborazione di due frati minori, Simone da Ragusa e Raimondo (catalano), tese una trappola con l’aiuto di una giovane mendicante ai due emissari papali.
Frà Perrone d’Aidone e Antonio del Monte Gargano furono condotti direttamente dal reggente Giacomo I , il quale leggendo le lettere e la bolla papale di Onorio IV, consigliato da sua madre la Regina Costanza, pensò di rinviarli dotandoli di vestiti, denaro e quant’altro a Napoli con una barca per evitare una ulteriore condanna papale e per riallacciare in qualche modo i rapporti politici con la Chiesa, sollecitato da sua madre. (27)
Nel frattempo l’Abate Guglielmo di Maniace ch’era fuggito a Palermo venne preso prigioniero e condotto a Malta, poi a Messina ed infine venne rimandato a Roma presso il Papa come segno di amicizia. Tutti gli altri congiurati furono presi e decapitati, all’infuori di Bonamico de Bardi che con il suo contingente armato fuggì nei boschi dell’Etna trovando rifugio presso altri amici, ma il furbo Matteo da Termini riuscì a convincerlo a desistere e a giurare fedeltà alla casa d’Aragona, dopodiché divenne uno dei fedelissimi di Re Giacomo.
D’altronde lo stesso Re Giacomo alla morte del padre Re Pietro, avvenuta l’11/11/1285, divenne Re della Sicilia. Era suo obbligo rispettare la volontà del padre di mantenere il Regno di Sicilia autonomo dall’Aragona, ch’era sotto il fratello maggiore Re Alfonso III, poiché l’Isola era titolata alla Regina madre Costanza. (28)
Ma la partita fra gli Angioini e gli Aragonesi in Sicilia era ancora aperta, come del resto in tutta quanta l’Italia persisteva la lotta fra guelfi e ghibellini di dantesca memoria. (29)
Papa Onorio IV aveva scomunicato i Vescovi siciliani che avevano preso parte alla cerimonia del 2 febbraio 1285 per l’insediamento del nuovo Re della Sicilia Giacomo I nipote dello scomunicato e defunto re Manfredi.
Il legittimo Re di Sicilia designato dalla Chiesa era Carlo II d’Angio (lo zoppo), ancora prigioniero, per cui il Re d’Aragona Alfonso III cercò di avviare dei negoziati tramite il Re d’Inghilterra Edoardo I per stipulare una pace, non privandosi però dei diritti della sua casata sull’Isola. (30)
Nel febbraio del 1287, stanco della sua prigionia, Re Carlo II d’Angiò firmò un patto in favore di Re Giacomo I rinunciando alla Sicilia, ma Papa Onorio IV dichiarò nullo quel patto in quanto doveva essere approvato e controfirmato dalla Chiesa di Roma, titolare del feudo dell’Isola. (31)
Il pugnace Frà Perrone, con il suo fido Antonio, si fecero avanti e cercarono di convincere Papa Onorio IV ad armare una nuova flotta per attaccare la Sicilia da due punti. Il primo attacco presso la costa orientale nella zona “calda” di Catania, Lentini ed Augusta, dove era possibile che il popolo si sollevasse per la nota vicenda di Alaimo da Lentini e dei suoi nipoti; l’altro attacco doveva avvenire presso la costa occidentale, a Marsala e dintorni.
Onorio IV non volle dare il suo assenso a questa audace impresa anche se si era dimostrato duro con la casa
d’Aragona, con la scomunica di Re Giacomo I. (32)
Ma Frà Perrone, a cui certamente non mancava l’eloquio, riuscì a convincere i due reggenti del regno angioino, il Conte Roberto II d’Artois e il legato pontificio Cardinale Gherardo di Parma. In breve tempo con l’aiuto di molte città che diedero monete, collette e doni per assoldare milizie francesi e italiane riuscirono ad allestire a Brindisi una flotta composta da 40 galee sotto il comando dell’Ammiraglio Arrighino de’Mari ed un esercito di 500 cavalieri e 5000 fanti sotto il comando di Rinaldo d’Avella, capitano generale a cui si aggiunse il Vescovo di Martorano (delegato apostolico) e il capitano Riccardo Morrone con la bandiera e la croce della Chiesa di Roma. (33)
La strategia militare prevedeva un doppio attacco all’Isola, pertanto un’altra flotta di 46 galee ed un altro esercito veniva allestito a Sorrento con la partecipazione attiva di tanti feudatari del Regno. (34)
La flotta con l’esercito angioino, guidato dal capitano generale Rinaldo d’Avella con Frà Perrone e Frà Antonio, partì il 15 aprile 1287 da Brindisi e si portò direttamente a Malta per evitare problemi con la sorveglianza aragonese posta sulla costa nord-orientale della Sicilia.
Il primo maggio, su consiglio dell’esperto Frà Perrone, l’esercito sbarcò ad Augusta, sapendo che la popolazione era in gran parte assente per la partecipazione alla fiera nella vicina città di Lentini. (35)
Dal Castello gli abitanti rimasti non vollero aprire la porta poiché era ancora vivo il ricordo di una strage perpetuata dai francesi anni prima e Frà Perrone cercò di convincerli dicendo loro che Papa Onorio IV voleva la liberazione della Sicilia dalla tirannide della Casa d’Aragona e che Re Giacomo I era uno scomunicato. Ci fu la protesta di un vecchio, un certo Paccio, testimone della crudeltà angioina, che gli rispose sarcasticamente: "Tenghiam noi madre la Chiesa e nemico chi adesso la regge, poiché manda un’armata a conquistare la nostra patria!!!". E poi rivolgendosi a tutti gli altri disse: "Chiedete voi stessi al cardinale Gherardo di Parma se Dio avesse mai comandato di spargere sangue dei cristiani per asservire altri cristiani!!! Se egli vi risponde di sì mente spudoratamente, perché la fede cristiana della Chiesa è munita di sole tre cose: la croce, l’umiltà e la soave parola!!!". (36)
A questo punto l’esercito angioino riuscì con la forza a conquistare il castello di Augusta e intanto scattò l’allarme generale molti cittadini cercarono di rifugiarsi in posti sicuri. Re Giacomo venne avvisato a Messina e si meravigliò, perché ai suoi informatori era sfuggito questo improvviso sbarco del nemico; chiamò a raccolta i suoi feudatari e le milizie da ogni città siciliana disponibile. (37)
Frattanto arrivò anche l’Ammiraglio Ruggero Lauria che era andato a Saragozza per l’investitura di Re Alfonso III per il Regno d’Aragona e questi si diede da fare per allestire al più presto una flotta ed un esercito. Re Giacomo, adulato dalla sua corte, era preso dalla brama di comandare lui stesso la flotta navale e l’esercito, ma l’orgoglioso Ruggero Lauria lo riportò alla realtà facendogli ricordare che le sue vittorie navali gli avevano permesso di regnare indisturbato in Sicilia. (38)
Dopo avere dato il comando assoluto all’Ammiraglio Ruggero Lauria, Re Giacomo mise al sicuro sua madre, la Regina Costanza, nella fortezza di Matagrifone di Messina e con un suo contingente armato si portò a Taormina. Dopodichè si recò ad Aci ed infine a Catania dove organizzò un esercito con 1.000 cavalieri e migliaia di fanti. (39)
Nella cittadina etnea Giacomo aveva trovato tanti aderenti in seguito ai fatti precedentemente accaduti. Infatti l’audace Frà Perrone, con Antonio, aveva cercato di conquistare Catania conducendo personalmente un grosso contingente armato da Augusta e introducendo alcuni cavalieri francesi all’interno della città, presso alcuni giovani loro amici, mentre la flotta angioina si era portata a due miglia dal porto etneo. (40)
La popolazione catanese si dimostrò fedele al Re Giacomo tanto che un catalano Martino Lopez e un certo Forte Tedeschi con soli 10 cavalieri e 50 balestrieri attaccarono il contingente angioino mentre cercava di passare il fiume Simeto. (41)
Poi arrivò l’Ammiraglio Ruggero Lauria con la sua flotta (20 galee + 13) e tutto l’attrezzato esercito siculo-aragonese. Per questa improvvisa guerra Re Giacomo aveva convocato a Catania il Parlamento siciliano per chiedere i mezzi (la moneta) contro il nemico angioino. Dalla sua parte aderirono parecchi esponenti della nobiltà siciliana come Riccardo Passeneto di Lentini, Riccardo di S. Sofia, Raimondo Alamanno, Corrado Lancia Matteo da Termini, Antonio Papè di Piazza e tanti altri. (42)
Frattanto la flotta siculo-aragonese, sotto il comando di Ruggero Lauria, si portò il 13 maggio ad Augusta ed attaccò subito quella angioina, alquanto ridotta, perché molte navi angioine erano già partite in direzione di Marsala. Nella cittadina di Augusta s’ingaggiò una lotta fra l’esercito angioino guidato da Rinaldo d’Avella e quello siculo-aragonese sbarcato dalle navi del Lauria.
In poco tempo Frà Perrone e i suoi si rifugiarono nel munito Castello; anche l’ultimo suo tentativo di convincere molti soldati siciliani per la sua giusta causa gli era andato male. (43)
L’Ammiraglio Ruggero Lauria, attraverso la confessione di due prigionieri, riuscì a conoscere il piano militare dei nemici e seppe che la flotta angioina da Sorrento doveva sbarcare a Marsala per congiungersi con l’altra già sbarcata ad Augusta, sotto il comando di Arrighino de Mari. (44)
L’esercito di Re Giacomo pose l’assedio al castello di Augusta da tutti i lati, sia per mare che per terra. Per evitare qualsiasi fuga il suo esercito controllava il nemico ingabbiato in quella fortezza edificata al tempo dell’Imperatore Federico II e ch’era tutto sommato una delle più sicure della Sicilia.
Il Re Giacomo I, consigliato dal Lauria, diede disposizione ai suoi messaggeri di andare a Marsala per comandare a Berardo di Ferro di difenderla dall’attacco della flotta angioina e, nel contempo, furono incaricati Bonifazio e Oberto di Camerana, che operavano a Corleone, di rinforzare le difese con altri soldati e cavalieri di tutta la costa occidentale. (45)
L’assedio di Augusta poneva in una condizione difficile l’esercito angioino per la scarsità dell’acqua e del cibo. Il Re Giacomo intimò la resa al capitano Rinaldo d’Avella attraverso la mediazione di Corrado Lancia, ma ottenne una risposta negativa perché in effetti era Frà Perrone d’Aidone che prendeva le decisioni.
Sappiamo che vennero realizzati alcune ingegnose armi come torri mobili con delle ruote, e delle macchine manovrate da mangani che scagliavano massi all’interno del Castello; l’esercito regio era organizzato dal Maresciallo degli almugaveri, Raimondo Alaman de Cervellon, uno dei migliori generali che Re Pietro III s’era portato in Sicilia, ma gli assediati malgrado ciò resistevano, anche perché riuscirono a prendere prigioniero il cavaliere Ruggero Spatafora ed a bruciare alcune torri d’assalto e il cosidetto "gatto" (un ariete utilizzato per sbriciolare le mura). (46)
Dopo 34 giorni la situazione si fece alquanto tragica; non pioveva e in mezzo al fetore di tanti cadaveri, per la mancanza d’acqua gli assediati si erano cibati della carne dei loro cavalli, bevendo il sangue per dissetarsi.
Un cavaliere napoletano, un certo Giovanni Boccacarsula, con il suo contingente di soldati pugliesi insofferente si era ribellato cercando la resa, ma venne fatto decapitare senza tanti complimenti da Frà Perrone, fermo nei suoi propositi.
La popolazione all’interno del Castello, prigioniera fra gli Angioni (assediati) e l’esercito siculo-aragonese (assediante) era totalmente stremata per la fame e la sete e chiedeva perdono al Re Giacomo, che lo concesse salvando le loro vite ed evitando qualsiasi condanna. (47)
Dopo questo episodio, il 23 giugno 1287, cioè il 4° giorno, il Capitano Rinaldo d’Avella, avuta la parola dal
Re Giacomo e in accordo con Riccardo Murrone e il legato papale, il Vescovo di Martorano, consegnò il suo esercito
e le sue armi. In tal modo tutti gli assediati si salvarono da una sicura condanna a morte, evitando la vendetta nei confronti di Re Carlo I d’Angiò, che anni prima non aveva avuto nessuna pietà per i suoi prigionieri.
Il combattivo Frà Perrone d’Aidone non si arrese, bensì, battendo forte il suo capo alla parete, si uccise per evitare la vergogna della sconfitta o forse pentito che quella sua audace impresa aveva provocato tante vittime innocenti. (48)
Questa vicenda guerresca di Frà Perrone fu la prima di una lunga serie di battaglie fra Angioini e Aragonesi, che negli anni appresso funestarono la Sicilia e si chiuse poi con la pace di Caltabellotta l’anno 1302.
Possiamo solamente constatare che la nostra Isola, all’epoca di dominazione normanna era uno dei più ricchi regni dell’Europa (con un reddito di ben 4 volte quello della corona inglese) ed alla fine del XIV sec., in seguito alla lotta fra partito catalano e partito latino, con il volubile Enrico III Rosso Conte di Aidone; ma di ciò ne parlerò in seguito.
Umberto DIGRAZIA
Stemma della casata francese degli ANGIO’ ed ARTOIS
Stemma della SICILIA con i colori rosso di CORLEONE e giallo di PALERMO, con la TRINACRIA al centro (simbolo in una moneta romana di PALERMO).
Il vessillo venne adottato il 3 aprile 1282
Stemma della Casata d’ARAGONA di RE PIETRO III
Stemma del REGNO di SICILIA (casa d’Aragona di RE PIETRO III e sveva di COSTANZA II, figlia di Re Manfredi)
Stemma dei PP. DOMENICANI
Ordine monastico privilegiato da PAPA ONORIO IV (vds. doc. REGESTA)
RE MANFREDI viene incoronato RE della SICILIA nel 1258
S. DOMENICO di Guzman
Fondatore dell’Ordine monastico a cui apparteneva Fra’ PERRONE di AIDONE
Quadro dedicato ai VESPRI SICILIANI del 1282 (F. HAYEZ)
Re PIETRO III d’Aragona (Valencia 1239 – Vilafranca 1285)
RE PIETRO III d’Aragona (re PIETRO I di SICILIA), marito di COSTANZA II di HOHENSTAUFEN, la Regina di SICILIA (figlia di RE MANFREDI)
RE GIACOMO d’Aragona e Sicilia, e la sua corte a Barcellona
RE GIACOMO II d’Aragona e I di SICILIA (Valencia 1267 – Barcellona 1327)
L’Ammiraglio della flotta siculo-aragonese, il Conte RUGGERO LAURIA
PAPA NICCOLO’ III – deceduto nel 1280
PAPA MARTINO IV (card. Simon DE BRION)
pontificato 23 marzo 1281-28 marzo 1285
PAPA ONORIO IV (card. Giacomo SAVELLI di ROMA)
pontificato 2 aprile 1285 – 3 aprile 1287
PAPA NICCOLO’ IV, successore di ONORIO IV
RE CARLO I d’Angiò
Esercito aragonese (reparto degli ALMUGAVER con il Capitano)
Sbarco dell’esercito aragonese composto da 8000 fanti (almugaver) + 600 armigeri
di RE PIETRO III a TRAPANI, in SICILIA, il 30 agosto 1282
BIBLIOTECA VATICANA – manoscritto
Stemma della casa del Gran Giustiziere del Regno, ALAIMO da LENTINI
CARTA DELLA SICILIA del XIII sec. suddivisa in tre valli
Bandiera e stemma della PROVINCIA SPAGNOLA DELLA CATALOGNA
(Regno d’ARAGONA di RE PIETRO III)
Stemma della casa d’ANGIO’ e Regno di GERUSALEMME
Cattedrale di BARCELLONA
Stemma di GIRONA
GERONA - Fortificazione e Cattedrale
GERONA – Cattedrale (la terza del Mondo)
Prospetto principale
Carta del Regno d’ARAGONA
Chiesa di S. MARIA di VILLAFRANCA PENEDES,
località ove morì RE PIETRO II d’Aragona e Sicilia
BARCELLONA – Interno della Cattedrale
I GIGANTES di VILLAFRANCA PENEDES
RE PIETRO III d’Aragona e la moglie, la regina COSTANZA di Sicilia
Stemma della SICILIA
TORRE campanaria - Cattedrale di BARCELLONA
Cattedrale di BARCELLONA (dedicata a S. EULALIA)
BARCELLONA - Interno della Cattedrale
Monastero di Santa Croce
Le tombe dei Regnanti
RE PIETRO III e il figlio RE GIACOMO II d’Aragona e Sicilia
Fortificazione di BESALU’
Costa dell’ARAGONA, teatro dello scontro navale
fra la flotta siculo-aragonese di RE PIETRO III e quella francese del RE FILIPPO l’ardito
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